Tradizione

La parola “tradizione” mi spaventa tantissimo. Sarò impopolare, sembrerò perfino una minaccia per la società ma non è così.

Perché?

Faccio una premessa doverosa: non fraintendetemi, io non sono contraria alle tradizioni in quanto tali. Ad esempio nella mia famiglia è tradizione irrinunciabile dare la giusta importanza a ricorrenze come compleanni e anniversari e quindi festeggiarli come si deve. Infatti non c’è anno in cui io non organizzi una cena con amici e parenti, una serata allegra in cui ridere e chiacchierare fino alle ore piccole. Non sono contraria nemmeno alle feste di paese, carnevali, rievocazioni storiche, ecc. Pur non essendo credente riconosco che le festività natalizie sono un momento di ritrovo con la famiglia e con gli amici più cari e quindi occasione di fraternizzazione e condivisione.

Quello che mi spaventa però è che la parola “tradizione” è spesso utilizzata per difendere e e continuare a praticare usanze che al proprio interno implicano sofferenza e morte per alcuni individui. In nome della tradizione continuano ad esistere spettacoli come la corrida in cui un toro viene ferito, fatto agonizzare ed infine ucciso per puro divertimento. Durante il palio di Siena, nonostante vogliano farci credere che i cavalli siano amati e rispettati, questi sono frustati dai fantini e spesso si feriscono o muoiono a causa delle cadute durante la corsa. Per non parlare dei circa 500.000 agnelli, cuccioli di 3-4 mesi che vengono massacrati per tradizione a Pasqua soltanto in Italia, o dei 40.000.000 di tacchini uccisi ogni anno negli Stati Uniti per il giorno del ringraziamento. Non che sia peggio uccidere un cucciolo rispetto ad un adulto a mio avviso, o che la quantità benché spaventosa ingigantisca più di tanto la gravità dell’atto in sè di uccidere volontariamente: è chiaro che una strage fa più impressione di un singolo omicidio o che un infanticidio appaia terribilmente più drammatico, ma resta pur sempre un atto gravissimo ed inaccettabile anche se a perire è un solo individuo o se adulto. Quello su cui però voglio porre l’attenzione, ed è per questo che ho citato questi esempi, è come in nome della tradizione si riescano ad accettare simili abomini.

Facendo una breve ricerca per spiegarvi fino a che punto la mente umana può venire offuscata dalle tradizioni ne ho lette veramente di ogni tipo ma ce ne sono due che mi hanno particolarmente colpito e che, guarda caso, implicano sacrifici di soggetti più deboli, in questi casi non animali ma donne.

Fino al 1829, anno in cui è stata abolita, le vedove indù per tradizione si gettavano sul rogo ardente (suicidandosi ovviamente), insieme al coniuge defunto sotto lo sguardo dei parenti perfettamente condiscendenti in quanto riconoscevano il gesto come un atto di fedeltà della moglie verso il consorte scomparso (il rito in questione è chiamato “sati”).

Presso il popolo dei “Dani”, in Nuova Guinea “ invece, quando il marito moriva era tradizione che le donne vicine a lui (moglie, madre, sorelle, ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita, prima intorpidendole con dei lacci molto stretti, poi tagliandole con un ascia. Per finire le ferite venivano bruciate con una fiamma.

Pensate la mente umana cosa riesce ad accettare…

Questi ultimi sono esempi estremi, me ne rendo conto, riti che venivano praticati nel passato (gli esperti affermano in realtà che nonostante siano usanze sorpassate esistono ancora tutt’oggi dei casi) e in uso in civiltà culturalmente ed evolutivamente lontane anni luce da noi, però se ci pensiamo bene anche nella nostra società civilizzata continuiamo ad accettare, più o meno consapevolmente, la sofferenza e l’uccisione SENZA NESSUN REALE MOTIVO NE’ DIRITTO di esseri senzienti, che vengono sfruttati, torturati fisicamente e psicologicamente ed infine uccisi. E molto spesso si giustifica tutto questo con la parola “tradizione”.

Sarebbe bello invece poter mantenere le nostre tradizioni, che sono senza dubbio occasione di socializzazione, di gioia, favoriscono relazioni ed affetti e ci fanno sentire parte di una comunità unita, senza che nessun altro, umano o animale, debba subire alcun sopruso. Le tradizioni dovrebbero evolversi e modificarsi, così come lo fanno la società e la morale. Di pari passo.

Non è più accettabile in una comunità progredita come la nostra continuare a difendere usanze cruente; sarebbe invece sinonimo di grande intelligenza riuscire a mantenerle modificandole nel rispetto di tutti.

La forza della verità

La verità qual è? La verità è che gli animali hanno coscienza di sè e che provano sensazioni. Ed è da ipocriti negarlo. Sia gli animali umani che non umani provano sensazioni sia corporee quali in caldo, il freddo, il dolore ecc, sia emotive, come la paura, la rabbia, la gioia ecc.

Come sappiamo questa verità? Chiunque conviva con un animale LO SA, o perlomeno DOVREBBE SAPERLO. Ce lo ha proprio davanti agli occhi ogni santo giorno, basta osservare un minimo per accorgersene. Se inavvertitamente pestiamo una zampa al nostro cane di sicuro si lamenterà ed eviterà di appoggiarla per terra perché sta provando un forte dolore; in estate difficilmente il nostro gatto dormirà sulla copertina calda nella quale invece si appallottola volentieri durante la stagione fredda. Quando lo porteremo dal veterinario con tutta probabilità comincerà a miagolare appena lo infileremo nel trasportino. E probabilmente comincerà a tremare ed emettere suoni molto simili ad un pianto disperato. Come possiamo negare che in quel caso stia provando paura?

Per chi invece non ha mai avuto a che fare con un animale e non ha mai avuto la possibilità di interagire con loro può essere un po’ meno automatico da comprendere, posso capirlo perché anch’io fino a qualche anno fa non convivevo con animali.

Ma questa è la verità. Ed è innegabile.

E credete che un maiale o una mucca non abbia la stessa coscienza di sè e la capacità di provare sensazioni ed emozioni che ha un cane o un gatto? Chi l’ha deciso? Perché crediamo questo? È solo uno stato mentale, dal quale è necessario uscire. È solo perché ci hanno cresciuto insegnandoci questo. E non è facile ammettere che ci siamo fatti ingannare, ammettere che fino a ieri ci siamo sempre sbagliati. Ma se riusciamo ad essere onesti con noi stessi dovremmo riconoscere che effettivamente è così, che ci piaccia o no.

E quindi?

Quindi se riconosciamo che ogni animale è un individuo unico al mondo, senziente e con una propria personalità, proprio come noi, dovremmo anche riconoscere che è un’assurda atrocità tagliargli la gola, sparargli, tritarlo o scuoiarlo vivo, ecc.

Chi approverebbe queste terribili pratiche su umani o anche su animali considerati da compagnia quali cani e gatti? E se riconosciamo che anche tutti gli altri animali provano le stesse sensazioni e lo stesso dolore perché allora crediamo che sia lecito? Perché semplicemente non smettere di uccidere e far coincidere le nostre azioni con i nostri valori che sono la pace e la non-violenza?

La verità è questa. La verità sarà sempre la mia forza, non importa quante scuse troveranno per continuare a giustificare il massacro degli animali. Perché loro non possono parlare e hanno bisogno di persone che parlino per loro, che cerchino di salvarli. La verità è che proprio in questo istante migliaia e migliaia di animali indifesi e innocenti stanno soffrendo le pene dell’inferno e stanno morendo tra dolori orribili e indescrivibili dentro allevamenti e mattatoi, solo per la nostra ingordigia.

E quando riesci a vederla, la verità, non la puoi più ignorare.

Basterebbero tutti i terreni del mondo?

Alcune persone sostengono che un’alimentazione vegana non sia sostenibile perché se tutta l’umanità decidesse di nutrirsi esclusivamente di vegetali sarebbe, a loro dire, necessario uno spazio enorme dedicato all’agricoltura e un utilizzo molto più elevato di pesticidi e fertilizzanti artificiali per soddisfare l’enorme richiesta di alimenti vegetali.

In realtà oggi quasi l’80 per cento dei terreni agricoli del mondo, considerando sia lo spazio occupato fisicamente dagli animali che lo spazio per coltivare il cibo di cui hanno bisogno, è dedicato all’allevamento.

Infatti per produrre la quantità di carne richiesta per scopi alimentari in un anno dal genere umano nel mondo è necessario, secondo le statistiche delle FAO, uccidere circa 60/70 miliardi di animali ogni anno, i quali devono nascere e crescere e quindi venir nutriti.

Le colture intensive servono quindi in realtà a sfamare questa enorme quantità di animali e perciò, nel caso in cui tutto il genere umano diventasse vegan, consumando direttamente cibo vegetale anziché utilizzarlo per nutrire gli animali “da carne” sarebbe sufficiente una produzione addirittura minore di vegetali rispetto a quella attuale!

Secondo gli studi dello scienziato Joseph Poore dell’Università di Oxford, si ridurrebbe la quantità di terreni agricoli necessari all’alimentazione del 76% circa, ovvero 3,1 miliardi di ettari, una superficie pari all’area dell’intero continente africano.

Per approfondire:

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/06/01/news/rinunciare_a_carne_e_latticini_puo_aiutarci_a_salvare_il_pianeta-197922088/

https://www.essereanimali.org/2018/11/diventare-vegani-per-salvare-mondo/

http://www.lescienze.it/news/2018/06/01/news/impatto_ambientale_alimenti_e_produzione-4004470/

I macellai perderebbero il lavoro!

Alcune persone mi hanno accusato di non considerare il fatto che quante più persone dovessero diventare vegan, tanto più ci sarebbero macellai, allevatori, pescivendoli, ecc. che perderebbero il lavoro.

Poiché lo sfruttamento animale è così radicato nella nostra società, è praticamente impossibile che da un giorno all’altro tutti diventino vegan. Il cambiamento avverrebbe il maniera graduale e, così come lo è stato per altri mestieri che sono andati pian piano a sparire, ci sarebbe il tempo per le aziende di questo settore di cambiare, di spostarsi su un altro tipo di produzione: frutta, verdura, cereali, legumi ovviamente ma anche alimenti “pronti” vegan, prodotti da forno, formaggi vegetali ma anche abiti e calzature vegan, cosmetici senza prodotti animali ecc. ecc. ecc.

Pensiamo per un attimo a Blockbuster, il colosso di videonoleggi americano: con l’avvento delle piattaforme di streaming, di internet, tv in demand ecc. non ha retto il colpo. Probabilmente non ha saputo reinventarsi. Nessuno però è sceso in piazza a protestare, a difendere quei lavoratori che sono stati inevitabilmente licenziati. Coloro che producono CD audio non credo che se la passino meglio. Così come chi prenota i viaggi online non si preoccupa degli agenti di viaggio in crisi. A maggior ragione se un mestiere basa il proprio profitto sullo sfruttamento, la sofferenza e la morte di individui, che siano umani o non umani poco importa, dovrebbe cessare di esistere, o meglio ancora, evolversi in una realtà etica.

Proprio oggi un ragazzo mi ha fatto notare che anche se non ci fossero più ladri e criminali anche le forze dell’ordine perderebbero il lavoro. Ma chi non vorrebbe un mondo senza truffatori, assassini, popolato solo da persone perbene che rispettano tutte le regole della civile convivenza? E ancora: chi non vorrebbe un mondo meno inquinato dalla plastica? Ma se tutti bevessimo (tanto per dirne una) l’acqua del rubinetto anziché comprarla in bottiglia chiuderebbero baracca gli stabilimenti di imbottigliamento ad esempio. E credete che a qualcuno interesserebbe?

Quando si parla di smettere di mangiare e sfruttare gli animali però, in molti si preoccupano improvvisamente di macellai e compagnia bella. Sarà mica l’ennesima scusa per non cambiare?

Ma io non amo gli animali!

Non è necessario amare gli animali alla follia per essere vegan.

Non posso dire certo di provare sentimenti di affetto per i ragni (poveri loro, non ne hanno colpa ma io non riesco proprio a guardarli!) ne’ provo sentimenti di amicizia per il cane che appena passo troppo vicino al suo cancello mi fa sobbalzare dalla paura abbaiando rabbioso per difendere il proprio territorio. Non adoro neanche i serpenti ne’ provo particolare trasporto per il leone della savana…

Ci sono animali che mi ispirano maggior simpatia ma non posso certo dire che amo ognuno di loro. Amo alla follia i gatti che vivono con me, mi suscitano tenerezza i gatti che incontro per strada ma non provo lo stesso tipo di attaccamento. Gino e Gigia sono membri della mia famiglia e come tali provo per loro un amore profondo, come per i miei familiari umani.

Per quanto riguarda gli altri umani che incontro nella mia vita alcuni mi sono in simpatia, altri meno, altri mi sono totalmente indifferenti ma LI RISPETTO. Se vedo un umano conosciuto o sconosciuto in difficoltà o sofferente provo dispiacere per lui e se mi è possibile cerco di aiutarlo; non lo amo ma non uccido, non lo conosco ma non lo mangio, non lo sfrutto ne’ lo torturo. Non mi sento legata a lui ma lo rispetto in quanto essere vivente. Non mi sento autorizzata a sopraffarlo o giustificata nel ferirlo per un mio tornaconto personale.

Allo stesso modo agisco nei confronti degli animali, che vogliono vivere e che non meritano tutto quello che l’uomo prepotente infligge loro ogni secondo di ogni singolo giorno.

Non amate gli animali o perlomeno non tutti? È normale, normalissimo. Ma questo non vi autorizza ad ucciderli e sfruttarli in maniera diretta o pagando qualcun altro perché lo faccia al posto vostro. La loro vita non è al nostro servizio, i loro corpi non sono nostra proprietà. Lasciamoli in pace, rispettiamoli! Basta questo per scoprirsi improvvisamente vegan…

La seta

Anche la produzione di seta purtroppo provoca l’uccisione diretta di animali, e anche in maniera decisamente spietata e dolorosa direi.

La seta viene realizzata dalla raccolta dei filamenti del bozzolo creato dal baco nel quale esso in natura si rifugia per poter diventare una splendida farfalla.

Per evitare però che nel momento in cui vuole fuoriuscire la farfalla buchi il bozzolo dall’interno rovinandolo, i bozzoli vengono immersi in acqua bollente per uccidere il povero animaletto e utilizzare i filamenti senza che abbiano subito danni.

Sono necessari 1.500 bachi per ottenere circa 100 grammi di seta.

Per approfondire:

https://www.viverevegan.org/perche-i-vegani-rifiutano-la-seta/

http://www.promiseland.it/il-mondo-oscuro-e-inquietante-della-seta/

https://www.google.it/amp/s/www.vegolosi.it/diventare-vegetariani/lifestyle/cosa-indossano-i-vegani/amp/

La tortura della lana

Anche la produzione della lana, al contrario di quanto si possa pensare, non è indolore. 

La lana in commercio nel mondo proviene prevalentemente dall’Australia (circa 350.000 tonnellate l’anno) ma anche dalla Cina e dalla Nuova Zelanda, e la razza più utilizzata per la produzione della lana è la merinos; queste pecore hanno una pelle molto “ondulata” e quindi si può ricavare molta più lana rispetto ad altre razze, ma non tutti sanno che questo tipo di pecore sono state ottenute tramite selezione genetica e dopo decenni di incroci. Tutt’ora si stanno sperimentando nuovi metodi genetici per incrementare ulteriormente la quantità di lana prodotta da questi poveri animali, trasformandoli in qualcosa di mostruoso. L’uomo come sempre ha manipolato la natura per trarne un proprio vantaggio a scapito della sofferenza di questi animali.
A pochi mesi dalla nascita gli agnellini subiscono l’amputazione della coda ed alcuni maschi vengono castrati: tutto questo nella maggior parte dei casi SENZA ANESTESIA. Durante il processo di tosatura le pecore vengono malmenate, prese a calci, costrette in posizioni dolorose perché si devono ridurre al minimo i tempi per motivi ovviamente economici. A seconda delle esigenze di vendita a volte vengono tosate in inverno lasciandole soffrire il freddo.
Ma la pratica più barbara di tutte è il cosiddetto “mulesing”. Di cosa si tratta? Dopo la tosatura si formano spesso delle piaghe infette nella pelle soprattutto nella zona perianale dell’animale per l’umidità causata da feci e urine: qui le mosche depongono le loro uova e le pecore corrono un grosso rischio di morire lentamente e dolorosamente. Vengono dunque asportati strappandoli o tagliandoli brandelli di pelle, ovviamente anche in questo caso SENZA ANESTESIA immobilizzando l’animale con uno strumento di contenizione.
E come avviene per le “mucche da latte”, anche le “pecore da lana” (odio queste definizioni) quando col tempo non sono più produttive al massimo finiscono al mattatoio.

Per approfondire

http://www.luigiboschi.it/node/28975

https://www.vegfacile.info/vestire-vegan.html

http://www.promiseland.it/vivere-senza-crudelta-2-parte/

http://www.veganzetta.org/il-volto-nascosto-della-lana/